Una industria dismessa si trasforma in un’opera d’arte a cielo aperto

Una industria dismessa si trasforma in un’opera d’arte a cielo aperto

Intervista a Vincenzo Cascone, a cura di Roberta Dell’Ali

Il progetto prende il nome di “Bitume” ed è nato all’interno di Festiwall, festival di arte pubblica da 5 anni di scena a Ragusa

Siamo a Ragusa e camminiamo attraverso la fabbrica Antonino Ancione: a sinistra una distesa infinita di campagna ragusana e serpenti di muretti a secco, a destra il centro commerciale Le Masserie gonfio di cemento e dotato di ampio parcheggio.
Negli ultimi anni la fabbrica Ancione, secolare presenza nel ragusano, è stata oggetto di un’indagine di archeologia industriale condotta dagli esponenti più rappresentativi del muralismo contemporaneo. Il progetto in questione si chiama Bitume, si tratta di un progetto site specific nato in seno a Festiwall, il festival di arte pubblica noto a livello internazionale, che in cinque anni ha attraversato la città di Ragusa innescando una riflessione sullo spazio urbano e sul bene comune.

L’opera che ha concluso i lavori di Bitume è il grande murales di M-City: l’artista avrebbe voluto chiamarla “Consume at your own risk” (“Consuma a tuo rischio e pericolo”). (Foto Francesca Scalia)

 

Oggi qui con noi in Veranda c’è Vincenzo Cascone, direttore artistico di Festiwall e Bitume. L’intervista avviene da dietro uno schermo, come quasi tutto il resto ormai.
Bitume è stato interrotto a ottobre a causa del Covid 19: L’umore della squadra è un po’ sottoterra -dice Cascone- ma ha più senso guardare a quello che succede nel mondo piuttosto che al singolo progetto. Anche perché il singolo progetto fa parte del mondo, no?
Entriamo subito nel vivo della conversazione e, siccome non si può parlare di Bitume senza passare per Festiwall, la prima domanda è: “Com’è nato Festiwall?”.

Cascone risponde: Il percorso è iniziato dall’incontro con Antonio Sortino, l’altro organizzatore del festival. Appartenevamo a generazioni diverse: io documentarista impegnato sul sociale e sul politico; lui della generazione dei writer. Dalla nostra differenza di impostazione è nata una sintesi che ci ha permesso di lavorare per creare un evento diverso.
Festiwall si è svolto in cinque edizioni, ognuna delle quali si è concentrata su un singolo cantiere. Vincenzo Cascone racconta: Siamo partiti dal quartiere sud-est, che non aveva bisogno di riqualificazione, anzi, era il cuore della movida ragusana. Era il quartiere più frizzante, più tollerante rispetto a determinati eventi, il più pronto: la prima edizione [ndr. 2015] l’abbiamo giocata in casa. In quel momento il nostro obiettivo non era riqualificare, ma capire se questo linguaggio avrebbe potuto prendere piede all’interno del nostro tessuto sociale.
Il festival si è concluso nel 2019 con l’ultimo intervento nel quartiere dell’area industriale, di cui Bitume è la naturale prosecuzione, quasi uno spin off di Festiwal. Il tessuto urbano di Ragusa è stato coinvolto, analizzato e studiato nella sua interezza: È stato un modo diverso di affrontare la città. Volevamo creare uno strumento di analisi del tessuto urbano rispetto agli effetti della speculazione edilizia, che a Ragusa è stata esagerata. Hanno costruito un sistema di abitazione tale da soddisfare 300.000 abitanti, ma noi siamo 70.000. Hanno creato un mostro, una città fantasma.
Vincenzo Cascone mi racconta che la scelta del quartiere popolare Selvaggio per la seconda edizione di Festiwall non era stata inizialmente compresa: “qual è il senso di proporre un festival dove non passano turisti?”. Questa era la domanda di molti e questa è la risposta di Cascone: Festiwall non è un progetto da leggere in chiave turistica, ma da giocare in chiave abitativa. Non c’è una città di serie B per noi. Poi continua: Quando la terza edizione si è svolta in centro, non è stato per portare turisti o visibilità a Ragusa, ma per denunciare il cortocircuito in corso. Il centro si era svuotato a causa del piano particolareggiato che, non consentendo ai proprietari delle case di apportare modifiche consistenti, ha spinto i residenti a spostarsi verso l’esterno. A seguito dello svuotamento, in centro si è generato un problema sociale: solo allora ha avuto senso intervenire.

Festiwall è risultata una matrioska da leggere in due direzioni: un grande cantiere in cinque edizioni o, viceversa, cinque cantieri in un’unica edizione. Un sistema comunicante ad incastri in cui l’arte pubblica ha fatto da conduttore: se fai l’arte per l’arte non funziona, se fai l’arte con un’intenzione specifica, invece, il progetto diventa molto più potente e l’arte si nutre del progetto stesso. Bisogna lasciare liberi gli artisti di esprimersi e tradurre con la loro sensibilità – così dice Vincenzo Cascone.
Camminando per Ragusa ci si imbatte nelle opere degli artisti e ci si ritrova spiazzati da immagini che attendono di essere codificate dal passante: I lavori di Festiwall non sono carta da parati, ma traumi che noi abbiamo innestato nella città per scuotere la percezione stessa dello spazio urbano. Le opere spesso nascono da visioni distanti dalla nostra cultura, per genere e stile: l’incontro tra chi osserva e il lavoro dell’artista richiede uno sforzo di elaborazione che crea il senso stesso di Festiwall.
Il valore profondo del festival ragusano, come anche di Bitume (adesso ci arriviamo, lo prometto) non è tanto l’opera materiale in sé, ma il senso di appartenenza che attorno ad essa si sviluppa, come mi dice lo stesso Cascone: I ragusani ormai quando si riferiscono ai lavori di Festiwall dicono “i nostri muri”. Le opere non sono di nessuno, ma tutti ne sono proprietari: è la somma dei i privati che fa il pubblico. La patrimonializzazione è un processo che richiede tempo e l’opera acquista valore non di per sé, ma per il legame che attorno ad essa si sviluppa.

Gomez – Corpus Homini. (Foto Marcello Bocchieri)

Vincenzo Cascone mi racconta che una delle fasi più impegnative e fondamentali di Festiwall è stata proprio quella di mediazione tra pubblico e privato: C’è una bella formula degli anni Settanta che dice “Il privato è pubblico e il pubblico è privato”. Ecco Festiwall è stata una manifestazione di arte pubblica, ma anche una questione privata: trattare le pareti del Comune e quelle dei privati cittadini alla stessa maniera ha creato un senso di omogeneità importante per il sentire della città [ndr. il festival è stato finanziato dal Comune di Ragusa].
Adesso veniamo a Bitume, un progetto ad altissimo impatto estetico e simbolico, che apre i cassetti chiusi della memoria ragusana. Come anticipavo all’inizio si tratta di un progetto site specific (che coinvolge dunque un luogo preciso) e di un’indagine sull’archeologia industriale. Attraverso lo sguardo e il segno di muralisti (1) contemporanei la fabbrica Antonino Ancione e la sua storia riprendono vita. Quando si attraversa l’evocativo complesso industriale, ben protetti da un caschetto blu, ci si sente travolti da una carica di energia densa: Bitume è stato costruito con gli artisti che venivano e stavano uno o due giorni senza toccare pennello, a cercare, come invasati. Noi stavamo con loro, li portavamo all’interno della fabbrica, gli raccontavamo la storia dei picialuori e del ciclo produttivo. Andavamo con loro a caccia degli angoli nascosti e dello spot perfetto: così sono maturate le opere, attraverso la ricerca.
Mentre l’arte pubblica si basa sul concetto di opera singola e muro per la città, il progetto site specific dà la possibilità di scendere a fondo e richiede un lavoro di ricerca e cesello all’interno dello spazio di archeologia industriale. La fabbrica A. Ancione affonda le sue radici nella storia di Ragusa e ritrae la complessità del Novecento: le compagnie inglesi in Sicilia, la visita di Mussolini, il movimento sindacalista, gli anni Sessanta e Settanta…
Il bitume, o come la chiamano i ragusani pietra pece, è pietra calcarea intrisa d’asfalto e petrolio; lungo il corso dell’800 il bitume di Ragusa è arrivato lontano ed ha ricoperto d’asfalto le capitali europee. La fabbrica A. Ancione custodisce questo segmento di storia che appartiene all’intera città, un racconto individuale e collettivo insieme: Gli artisti sono esploratori, noi siamo i cartografi che devono tessere il filo narrativo attorno al loro intervento -dice Cascone. Poi continua: Bitume racconta un pezzo importante del nostro passato. Il sistema di Ragusa si basa sul mondo agricolo e sull’aspetto minerario: del primo si è sempre ampiamente parlato, sul secondo s’è detto poco.
La città implicitamente conosce questa parte di storia attraverso la cosiddetta “public history”, racconti orali di nonni, aneddoti tramandati di padre in figlio in nipote. Ecco perché questo lavoro diventa ricerca collettiva.

I picialuori, cioè coloro i quali lavoravano in miniera, sono considerati dannati del lavoro (ricordate i versi del poeta ragusano Vann’antò “o scuru vaiu, o scuru viegnu, o scuru fazzu u santu viagghiu”(2)?). Uno degli scopi di Bitume è ridare nobiltà a questi cavatori: tutti i ragusani hanno questo cassetto della memoria, ma quasi nessuno lo aveva aperto. Ci sono pochi studi tecnici, di stampo socio-politico o di taglio antropologico, ma mancava l’attenzione e la rilettura attraverso l’arte contemporanea. In questo modo il ciclo produttivo della storica azienda ragusana dà adito all’atto estetico, che riconverte il complesso industriale in spazio privilegiato per il gesto creativo.
Il progetto si è svolto in segreto come racconta lo stesso Cascone: I primi anni lo abbiamo tenuto nascosto per due ragioni; innanzitutto perché era un’area sottoposta a sequestro per problemi di bonifiche non fatte. Durante la bonifica abbiamo chiesto un permesso speciale al tribunale di Ragusa e abbiamo avuto l’autorizzazione del giudice, che ha riconosciuto il valore del nostro lavoro. Il secondo motivo, invece, è legato al concept stesso di Bitume. Abbiamo voluto creare il mistero attorno al progetto e non dare importanza al tempo delle singole opere, che così sono sedimentate all’interno del complesso industriale, diventandone parte: segno in mezzo agli altri del tempo secolare. Bitume è un po’ come l’universo parallelo di Festiwall: uno spazio tempo diverso dall’arte pubblica urbana.

SatOne Physical States. (Foto Satone)

Bitume adesso e Festiwall prima sono l’esempio di un sistema virtuoso, capace di creare sinergia e nuove prospettive. L’obiettivo di Bitume è, infatti, essere un coagulo di esperienze, possibilità, segni, presenze e persone: L’intento -dice Vincenzo Cascone- è generare un sistema di informazioni sulla categoria del bitume, che possa esprimersi con vari linguaggi: dall’arte visiva alla geologia, dalla storia al trattato di chimica. La parte interessante è l’attraversamento di sapere, non le opere in sé: il vero punto è cosa queste smuovono. La cooperazione di SatOne con l’Università di Catania, per esempio, è qualcosa di miracoloso perché crea collaborazione tra due mondi lontanissimi.
L’opera che ha concluso i lavori di Bitume è il grande murales di M-City: l’artista avrebbe voluto chiamarla “Consume at your own risk” (“Consuma a tuo rischio e pericolo”), endendo manifesto il dialogo che intercorre tra Bitume e il dirimpettaio centro commerciale Le Masserie, simbolo di un processo economico alienante che i progetti di Cascone denunciano.
Arriviamo all’ultima domanda: “Come spiegheresti il senso di Festiwall e Bitume a qualcuno che è distante dalla prospettiva in cui trovano spazio questi progetti?”.
Vincenzo Cascone sorride a mezza bocca dall’altra parte dello schermo, ci riflette un attimo e poi dice: Hai presente una piazza o un monumento? Ecco, è come costruire un monumento, ma alla quotidianità. Non è bellezza quella che mettiamo, ma tolleranza, ascolto: cerchiamo la permeabilità dello sguardo. L’arte insegna a guardare meglio le cose, anche le nostre città. Non è l’aspetto materiale o l’opera in sé ad importare, ma quel che questa insegna.
In chiusura inserisco anche l’ultima frase di questa amabile conversazione, che non c’entra niente con Bitume e Festiwall, ma che mi sembra la cifra distintiva di chi cerca e dà spazio: È stato un piacere Roberta. Ti raccomando solo una cosa: divertiti a scrivere quest’intervista.

© Riproduzione riservata

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