Il proprietario Salvatore Petriglieri non nasconde quale sia la sua vera speranza: non tanto trovare un acquirente qualunque, quanto trovare qualcuno (un privato lungimirante, una fondazione, il Comune o la Regione) disposto a trasformare quel luogo in qualcosa che ne preservi la memoria.
Il mulino della famiglia Petriglieri, in via Sipione, è ufficialmente in vendita. Sessantamila euro trattabili per un immobile di circa ottanta metri quadri che custodisce, tra infiltrazioni d’acqua e macchinari fermi, una delle ultime testimonianze dell’industria molitoria privata di Rosolini. Ma il proprietario, Salvatore Petriglieri, non nasconde quale sia la sua vera speranza: non tanto trovare un acquirente qualunque, quanto trovare qualcuno (un privato lungimirante, una fondazione, il Comune, la Regione) disposto a trasformare quel luogo in qualcosa che ne preservi la memoria.
“Bisogna trovare una soluzione in qualche modo”, ha detto Petriglieri, che gestisce la proprietà a distanza.
L’alternativa, se non emergerà un interesse concreto, è già definita: smantellare i macchinari e venderli come rottame ferroso, per eliminare i rischi strutturali di un edificio che versa in condizioni critiche. Sarebbe la fine definitiva di una storia che dura da quasi ottant’anni.
Per capire il peso di quella storia, bisogna tornare indietro. Come documentato da Salvatore Spadaro nel volume “Rosolini, il sogno dell’acqua e dell’America”, fu a partire dal 1928, con l’avvento dell’energia elettrica e degli impianti a macinazione meccanica, che nacquero in città i primi mulini privati.
Il primo fu quello dell’industriale Michele Salemi, realizzato nell’edificio di fronte alla stazione ferroviaria. Nel dopoguerra seguì quello in questione, della famiglia Petriglieri, situato di fronte all’ex Carcere oggi Ufficio Tecnico Comunale, con capannone di spalla dove si produceva anche la pasta. Poi i tre mulini dei fratelli Di Martino, quello di Luigi Bellomo in via Capranica angolo Monferrato, quello di Corrado Cataudella passato poi a Giorgio Spinola in via Gonzaga angolo Mongibello, e quello di Ernesto Poidomani in via Eloro angolo Immacolata. Una stagione breve e intensa, che trasformò il modo in cui la città lavorava il grano.
Di quella stagione, scrive Spadaro, oggi resiste praticamente solo il mulino di Giovanni Di Martino, in via S. Alessandra angolo C. Battisti. Gli altri hanno chiuso, uno dopo l’altro. Il mulino Petriglieri di via Sipione, costruito nel dopoguerra, stando a quanto riferisce la famiglia, è rimasto in piedi, con i suoi macchinari ancora al loro posto, ma senza più funzionare da anni. Giovanni Petriglieri, il mugnaio, vi lavorò a lungo con il figlio Pietro. Ora è Salvatore, la generazione successiva, a dover decidere cosa farne.
L’immobile ha una superficie di circa ottanta metri quadri e una posizione che la proprietà descrive come favorevole a diversi tipi di attività. Chi volesse farne un investimento privato potrebbe pensare a un esercizio commerciale, un piccolo laboratorio artigianale, un B&B.

Ma l’auspicio dichiarato resta quello culturale: un museo, uno spazio espositivo, un luogo che racconti il lavoro e la tecnica di un’epoca in cui Rosolini macinava il proprio grano in casa. Se ne discute con le amministrazioni locali, a quanto riferisce Petriglieri, da quasi vent’anni. Nessun progetto ha mai trovato i fondi o la volontà politica per decollare.
La messa in vendita è quindi, nei fatti, un atto di pressione oltre che una necessità. Un modo per dire: il tempo è scaduto, ora bisogna scegliere.
Chi fosse interessato a rilevare l’immobile o a proporre un progetto di salvaguardia può contattare direttamente la famiglia Petriglieri per visionare la struttura e la documentazione fotografica.













